Jutsu e Dō nel Kusari
Il primo incontro con la Pratica del
Kusarijutsu può essere traumatico.
E' un'Arte affascinante, ma anche complessa, difficile, dolorosa: essa rappresenta realmente un'amplificazione - di capacità, ma anche di errori.
Le Scuole che oggi praticano il
Kusarijutsu sono pochissime, e nella maggior parte dei casi si riferiscono a qualcosa che appare più legato al
DŌ, che al
JUTSU. In ciò, in fin dei conti, non si possono che trovare contraddizioni, più che purezze.
Il
Kusarijutsu, la sublime Arte della Catena, non si merita una seppur comprensibile standardizzazione in
Kata precostituiti ove
Uke e
Tori sanno esattamente cosa fare, o almeno non solo.
Il
Kusari si pone lo scopo di intercettare attacchi, di eseguire tecniche "furtive", fratturando ossa, comprimendo vene o gangli nervosi; le posture -
Kamae- non vanno irrigidite, non vanno secolarizzate.
Il concetto di libertà è uno dei più fraintesi nelle Arti Marziali. Per i detrattori, la "libertà" è pochezza - di cultura, di insegnamenti, di tecnica; da un altro punto di vista la "libertà" è stata usata come pretesto da alcuni per "inventare di sana pianta" tecniche e concetti senza alcun fondamento, magari in opposizione a quelle "Arti Marziali" che possono vantare secoli di cultura alle spalle.
In realtà la "libertà" di alcune (poche) Arti Marziali, fra le quali dobbiamo annoverare il
Jūtaijutsu (ed il sottoargomento del
Kusari) è un punto di arrivo, un approccio metodologico che è lo sviluppo naturale di uno studio tecnico però rigoroso e con fondamenti tradizionali.
In altre parole, questo concetto di "Arte" non è molto distante dalla musica, o dalla pittura: dopo aver acquisito - con lungo e faticoso studio - le "note" o le tecniche fondamentali, è poi possibile "creare" e "legare" gli elementi in maniera libera e potenzialmente innovativa. Alcune Arti Marziali Tradizionali non affrontano affatto questo ultimo gradino evolutivo dell'Arte, forse perchè, a ragione, è in assoluto il più difficile, il più fraintendibile, il più pericoloso senza la guida di un Maestro degno di questo nome.
E' opportuno ricordare il perchè il "
Jutsu" si sia andato via via trasformando in "
Dō". Alcuni studiosi fanno risalire questa trasformazione in maniera diretta al periodo Meiji. E' in effetti questo il periodo nel quale possiamo vedere la definitiva scomparsa dei "
Jutsu" e l'avvento dei "nuovi
Dō", ma è da considerare con attenzione anche il ruolo fondamentale del lungo periodo "pacifico" Edo, o Tokugawa, che ha notevolmente contribuito alla "decadenza" delle arti guerriere e alla loro trasformazione in "Vie" individuali. Alla "guerra" vera e propria si è andata sovrapponendo la politica e l'urbanizzazione della società.
Nel far sì che le antiche Arti potessero in qualche modo sopravvivere, è stato necessario modificarne una parte, rendendole più adatte alla trasmissione, e "irrigidendole" per preservarle: i "kata" propri di alcune Arti Marziali, sono metodi molto efficaci di trasmissione, e al tempo stesso di protezione/valorizzazione del proprio contenuto.
Fatta questa premessa, appare indispensabile però essere consci che tutto ciò che valica i confini del
Kata non è "altro"-dalle Arti Marziali più pure. Esistono, infatti, alcune Tradizioni che desiderano discostarsi dalla visione per la quale l'Arte "pura" è esclusivamente quella legata al solo Kata.
Nel
Jūtaijutsu la tecnica c'è e viene tramandata, ma il passaggio successivo è l'utilizzo del principio in maniera libera e senza schemi preordinati. Come corpo e mente, bianco e nero, la forma e la sostanza, la tecnica e l'arte non possono esistere l'una senza l'altra. Questo è il fondamento del
Jūtaijutsu.
Si ringrazia Shihan Christian Russo per aver concesso la foto del Masaki Ryū Manrikigusari di periodo Edo, appartenente alla sua collezione.